Conversazione con Paolo Sorrentino

Quando lavoravo come giornalista avevo un unico fine: andare al cinema gratis e leggere libri gratis. Se non c’era la proiezione di mezzo, spesso snobbavo anche le interviste e le conferenza stampa, per dirla tutta.

Dato che Sorrentino ha appena vinto l’Oscar con La grande bellezza, vi propongo questo articolo che avevo scritto per il settimanale Fuori Le Mura.

Paolo-Sorrentino-Roma-30-may-2012.-©-Michele-Ponte-400x300Il Centro Sperimentale di Cinematografia è quanto di meglio possano sognare gli aspiranti registi, sceneggiatori, attori, produttori, ed è anche il luogo adatto per quelli che in futuro vorranno occupparsi di costume, fotografia, montaggio e scenografia; insomma, questo posto si potrebbe definire a tutti gli effetti la Mecca per gli aspiranti cinematografi italiani, e diffatti si trova proprio di fronte a Cinecittà, l’Hollywood nostrana.

Lo scorso 30 maggio a seguito della proiezione de Il Divo nella sala cinema della sopraddetta scuola, l’arrivo del regista Paolo Sorrentino è stato accolto da quel misto di gioia e ammirazione riservato solo ai grandi artisti contemporanei.

Come nascono i tuoi personaggi? C’è da notare che sono tutti lavoratori

Mi è difficile rispondere, non so perché. Diciamo che alle volte ad esempio non sopporto quell’aspetto tipico del cinema francese dove c’è una grossa attenzione alle relazioni tra le persone, ai sentimenti, e li i personaggi si incontrano quasi sempre nei bar quando in realtà la maggior parte del tempo lo passiamo al lavoro, un luogo dove le relazioni sono forzate. Ecco, mi piace studiare queste relazioni forzate, che perlopiù sono drammatiche e quindi c’è più da raccontare.

Che ne pensi di quei registi che subiscono una particolare passione per i personaggi negativi?

I personaggi positivi creano poco conflitto quindi meno cose da raccontare. Poi però con gli anni ho scoperto che anche i personaggi positivi possono avere molteplici significati.

Come mai spesso i tuoi personaggi sono barricati dietro delle maschere ?

Quando si sceglie di fare un film bisogna convivere con un personaggio per almeno due anni, perciò preferisco sceglierne uno in grado di catturare la mia attenzione a lungo, altrimenti mi stuferei e non riuscirei a portare avanti il lavoro. Comunque non mi piacciono tutte le maschere, bensì le singole maschere.

Tony Pagoda e Tony Bisapia, protagonisti dei tuoi romanzi editi da Feltrinelli, sono lo stesso personaggio ?

Sì, semplicemente è accaduto che dopo il primo libro mi ero stufato della musicalità del cognome del protagonista e così gliel’ho cambiato.

Qual è il tuo rapporto con la critica ?

Credo che il regista non possa fare il critico, che non possa capire il proprio film. Inoltre credo che la critica ne abbia visti troppi di film, cosa che ha portato a far scivolare via quell’entusiasmo che si ha in sala quando si spengono le luci.

Un regista esordiente è meglio se resta in Italia o se tenta la strada americana?

Rimanete in Italia. Li non vi fanno lavorare, l’ho visto. Gli americani sono interessati agli italiani, se, ma solo a quelli che hanno avuto successo in Europa. Quando uno si è distinto qui, solitamente arriva la chiamata degli americani che vogliono metterlo alla prova con una pellicola che poi, a seconda dei risultati, sarà la determinante sul fatto se vogliono investire su di lui o meno.

Che ne pensi dei “film di transizione” ?

Penso che uno dovrebbe evitare di fare film di transizione, però ammetto che un giorno potrei farne uno anche io… Io personalmente cerco di fare ogni film come se fosse l’ultimo mi pongo grandi ambizioni, stile, etc. Penso che se uno non manda alla mente quel messaggio che dice: “Sì, potrebbe fallire da un momento all’altro”, allora uno non ha il massimo della concentrazione e dell’impegno.

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