“Confessioni di uno psicopatico” presentato al Regina Coeli, che esperienza!

Che emozione, ragazzi. È stata un’esperienza tremendamente bella, particolare e unica. Appena entrato in carcere un gelo mi ha pervaso, e non era solo il freddo vento, il ferro delle grate, le mura spesse che circondano la prigione Regina Coeli rendendola una sorta di frigorifero in inverno e un termosifone d’estate, era soprattutto l’atmosfera che si respirava.

Attraversate diverse porte d’acciaio mi sono trovato in una sorta di piazza che poteva indirizzare verso le quattro sezioni del carcere – due sono chiuse perché in ristrutturazione -, e lì i detenuti con un lavoro circolano liberamente, ci incroci gli sguardi, attraverso i loro occhi vedi le loro vite. Subito dopo, prendendo delle scale che vanno verso il basso, si arriva in una biblioteca e lì di fianco c’è la sala dove ho parlato, ma soprattutto ascoltato. Infatti prima di iniziare ho detto: «Questo è un momento dedicato a voi, perciò anche se doveste avere domande che potrebbero semprarvi banali, ad esempio “Perché i libri vengono stampati nero su bianco?”, non esitate a chiedere. Interrompetemi quando volete. Sarò felice di rispondervi.»

C’è voluto poco per ambientarsi. Due parole su Confessioni di uno psicopatico e le domande sono piovute come una pioggia insistente che lava e lascia tutto lucido e pulito, anche se confuso. Poi siamo passati a parlare di viaggi, della Polonia, delle ragazze… Ho accuratamente evitato l’argomento “sogni” perché non conoscevo l’entità della pena di queste persone, poi però nella pausa sigaretta (preciso che io non fumo) un trentasettenne e un cinquantenne si sono sciolti: sulle loro teste pendevano rispettivamente omicidio e tentato omicidio.

Comunque è stata un’esperienza interessantissima, adesso conosco alcuni aspetti del carcere, come ad esempio i lavori che si possono svolgere al suo interno, che prima potevo solo immaginare. Poi, a fine evento, mi sono nuovamente fermato a parlare con uno di questi ragazzi e lui dandomi un pugno dall’alto verso il basso su una spalla mi ha raccontato come ha accoltellato a morte una persona. La sua era stata una reazione d’istinto, e dopo avermi spiegato per bene tutta la situazione devo ammettere che quel tipo di coltellata mi è sembrata plausibile – ma sbagliata.

In carcere c’è di tutto, dal tizio che ha lavorato per venti anni nel cinema come addetto agli effetti speciali, al professore universitario. La gente comune di certo non manca, questo è sicuro. Una cosa che però accomuna almeno la metà dei detenuti credo sia una storia familiare non delle migliori, un passato dove la gioia si otteneva a stento e dove in alcuni casi le droghe spezzano vite.

Grazie ai carcerati che hanno partecipato all’incontro e a Misa Chiavari dell’associazione A Roma Insieme. Non dimenticherò questa giornata.

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