L’albero dell’infanzia

Scendo le scale e incontro mio nonno. Dice che devo abbatterlo, l’albero, dice che è secco, non dà frutti e quindi è inutile.

Io ribatto che è utile, l’albero, le foglie crescono ancora e l’estate fa ombra a noi che giochiamo a basket. Non mi importa nulla dei fichi, tanto non ne vado pazzo.

“Se un albero non dà da mangiare, è da abbattere” dice. “Se una moglie non dà più figli, è comunque una donna che ti ama”, continua, “e tu la ami a tua volta, quindi te la tieni.”

Io all’albero ci tengo, vorrei dirgli, ma taccio. Quell’albero ha una storia, un passato nel quale io ero presente e uno ancora più lontano. Nel passato in cui c’ero – e ci sono, ma ancora per poco – mi sono arrampicato lì sopra svariate volte. Lo usavo per giocarci a nascondino, come luogo di passaggio verso il terrazzo sopra i garage, come torre di guardia, come punto per tirarci le bombe d’acqua. C’è anche da dire che quando le cose in casa andavano male, e con tanti fratelli più piccoli accadeva spesso, era un rifugio perfetto. Lì, tra rami e foglie, si abbracciava un mondo tracciabile solo nelle favole, e lo si faceva con gusto. Il resto spariva, io sparivo, e tutto era insignificante. L’albero mi donava vita e vitalità. Poi scendevo, e stavo meglio.

Vado a cercare l’olio per la motosega, dài.

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