4

Anna mi sta chiamando. In realtà mi sta urlando. “Marco, sbrigati. Vieni subito!”
Io mi alzo dal letto e me la prendo comoda. Anna è la tipa che si esalta per le piccole cose. Probabilmente questa è una di quelle.
Svogliato mi inoltro nel corridoio. Lo percorro ad occhi chiusi. Conosco ogni singola venatura sulla carta da parati che collega le nostre stanze. Sono stufo, non mi va nemmeno di guardarmi arrivare nella stanza di Anna.
Questa notte non siamo andati a dormire. Abbiamo giocato a Risiko; una noia!
Prima, quando l’inquadratura puntava sul mio volto ho visto delle occhiaie da far paura. Meno male che non ho lezioni da seguire oggi.
C’è da dire che non ho bisogno di uno specchio. Non ci avevo mai riflettuto in passato. Be’, meglio così.
Arrivo in stanza di Anna e busso.
“Ancora che bussi?”
“Dopo quella volta che te la sei presa perché eri mezza nuda busso sempre.”
“Chissenefrega” biascica tutto attaccato. “Siediti.”
Prendo una seggiola e mi sistemo. Il mio sguardo vaga dietro di noi e mi accorgo che ci sono nuove foto sulle pareti. Ci sarà anche un nuovo ragazzo, amici?
Se ce l’ha non è un problema per me, spero solo che non s’impicci del resto dell’appartamento.
“Che stai guardando?”
“Niente” rispondo.
“Concentrati sul mio computer. Quando devi studiare riesci a tenere gli occhi fermi. Immaginati che stiamo studiando.”
“No, aspetta. Mi devi dire esattamente quando devo guardare. Lo sai che se non si tratta di studio riesco a tenere lo sguardo solo per trenta secondi circa.”
“Ok, allora prima ti dico quello che ho trovato su Google e poi tu controlli. Ti conosco, lo so che se non controlli non ci credi.”
“Va bene.”
“Ho trovato una cura.”
“Di cosa parli?”
“Se quello che sta scritto qui è vero, c’è un modo per farti controllare ciò che vedi. Se ci riusciamo sarai apposto, per sempre.”
“Non ci credo.”
“Dai Marco, qui ci sono delle testimonianze di gente che aveva il tuo stesso problema. Ci devi credere.”
“Mettiamo il caso che quanto dicono sia vero. Come faccio a riavere una vista normale?”
“Mmm, questa è la parte complicata: devi trovarti una ragazza…”
“Non mi pare così complicato. Comunque, fino a metà ottobre sono stato con Lucia, ti pare che sono riuscito a far smettere di lavorare questa telecamera che ho in testa?”
“No, ma qui non parla di una ragazza qualunque…”
“Ah sì? Di che tipo di ragazza parla?”
“Di una che ti cambierà la vita…”
“Andiamo bene.”
“Qui dice che quando i vostri corpi si uniranno tu avrai occhi solo per lei e da quel momento riuscirai a controllare la tua vista.”
“Fammi controllare.”
Scanso Anna e inizio a leggere. Tutto quello che mi ha detto viene confermato, poi trovo un cosa interessante, ma l’inquadratura se ne va verso la porta.
Allungo una mano verso il notebook e dico: “Leggi lì, all’angoletto in basso.”
“Disfunzioni?”
“No.”
“Come mai riuscite a concentrarvi su delle cose, vuoi sapere questo?
“Sì.”
“Ok, fammi leggere. Qui dice che ci sono delle cose
imposte quando si è ancora giovani e queste cose non possono essere cambiate. Poi fa un esempio che ti calza a pennello: Un bambino a cui è stato imposto di studiare sin dalla tenera età, non perderà questa capacità una volta colpito da questa maledizione. Ehm…qui la chiamano proprio maledizione….”
“Ho capito, ho capito: devo portarmi a letto tutte le donne che incontro finché non trovo quella giusta.”
“NO, Marco!”
“Anna, scherzavo.”
“Senti, forse non hai fatto in tempo a leggerlo, ma la persona con cui vai a letto deve amarti.”
“E’ questa la parte difficile.”
“Già” dice Anna pensosa. “Toglimi una curiosità: quando facevi sesso con Lucia riuscivi a vederla o inquadravi il soffitto, il comodino e il resto della roba intorno?”
“Cara Anna” le sorrido. “Se c’è un Oscar per i film porno lo vincerei io.”

5

Cari amici, mi sono reso conto che non vi ho ancora detto nulla del mio lavoro, se così si può chiamare.
Giacomo vende roba su ebay, Il mantenuto lo potete intuire cosa fa, Anna fa la babysitter, io faccio la comparsa.
Per me questo è un lavoro come altri, solo un po’ noioso. Sto tutto il giorno sotto la pioggia con telecamere che mi puntano addosso e intuisco perfettamente come sarà il risultato finale, perché lo vedo. Mi vedo esser ripreso dall’alto, poi l’immagine che si stringe, che scorre sulle nostre teste e arriva ai protagonisti. Lo so come finirà la ripresa, lo so meglio del regista che l’aveva ideata.
Ogni tanto vorrei smetterla di rimanere immobile in mezzo alla folla per andare a schiaffeggiare un regista che ci rifarà girare la stessa scena chissà quante volte per un’illuminazione sbagliata. Le mie inquadrature, facendo tutto da sole, conoscono esattamente ogni singolo aspetto di quella scena, io dovrei soltanto fermare tutto e dire: “Qui è tutto sbagliato! Spostate quelle persone un po’ più a destra, abbassate le luci, fate scorrere la telecamera in diagonale”, ma non posso farlo. Probabilmente mi danno cento euro al giorno per assistere ai milioni di tagli che effettuerà quel incompetente del regista.
Che ci posso fare, amici?
Di sicuro non posso essere licenziato, anzi, non devo essere licenziato. Si lavora poco, e se ti chiamano per dieci giorni di riprese uno deve ritenersi fortunato.
Con quei mille euro sono in grado di pagarmi l’affitto, da mangiare e le poche altre cose che mi servono.
Oggi devo presentarmi a un ufficio casting. E’ la seconda volta che vengo qui, ci sono già stato due anni fa e ora questo contratto va rinnovato. Loro mi chiamano per qualche film e io sto bene.
Sono davanti all’entrata e busso. Non risponde nessuno. Citofono.
“Sì?”
“Salve, sono Marco Giacenti, mi avete chiamato per il rinnovo del contratto.”
“Arrivo.”
Un signore sui quaranta mi apre la porta e mi fa segno d’entrare. Per fortuna guardavo verso le sue mani.
“Si accomodi signor Giacenti.”
La sala d’attesa, che poi sarebbe un corridoio, è la stessa di due anni fa, come mi fanno notare le mie inquadrature. Poster di attori passati e recenti ricoprono le pareti, sedie appoggiate a casaccio proteggono gli angoli protetti a loro volta da mattonelle e una leggere tendina s’ìntravede in lontananza.
Oltre quella tendina ci sono due specchi e due sgabelli per fare delle piccole prove di recitazione, non c’è alcun bisogno che la mia inquadratura ci si posi sopra, lo so che è così, ci sono stato due anni fa.
Il tizio che mi ha aperto la porta ritorna e mi consegna un modulo da compilare.
Sono le solite domande per chi è del campo: colore degli occhi, taglia della giacca, dei pantaloni, esperienze professionali e così via.
Compilo tutto e mi trasferisco su delle sedie cinque metri più avanti, come da lui richiesto oggi e due anni fa.
Oltre la tendina c’è una ragazza che si trucca, prova il suo monologo e arrossisce quando mi sorprende ad ascoltarla.
Allora mi giro e fisso la porta davanti a me. Non voglio emozionarla, il provino che farà oggi finirà su internet e tutti i registi del mondo potranno visionarlo.
Le mie inquadrature continuano a puntare su di lei, faccio finta di niente, ma la ragazza ormai si è distratta. E’ spacciata, non farà un provino decente.
Chiudo gli occhi, magari così l’aiuto, o la incuriosisco ancor di più.
“Signor Giacenti?”
Apro gli occhi e vedo la porta aperta davanti a me e un signore coi capelli legati a coda di cavallo che mi chiama.
“Eccomi.”
Mi alzo e lo raggiungo nel suo ufficio. Inizia a spiegarmi la prassi, dove devo firmare, chi lavora per loro e miliardi di altre informazioni inutili.
Una volta che ha finito di blaterare e io di far segno di sì con la testa mi chiede i soldi.
Chi potrebbe dimenticarsi dei soldi, eh amici?
Settantacinque euro iva compresa. Almeno sono certo di recuperarli in un solo giorno.
Gli stringo la mano. Ringrazio e poi lui mi dice di andare dietro la tendina a provare una parte.
A cuor leggero mi avvio dietro la tendina a provare una parte, cosa alquanto inutile per una comparsa. Sono quasi tutte scene di massa, non ci fanno mai parlare, né essere troppo vicini all’obiettivo.
Scelgo una peosia di Rimbaud e mi esercito. Poi, come consigliato dal foglio appiccicato, al volo inizio a provare l’espressione triste, felice, arrabbiata, violenta, seria, eccetera. La mia telecamera incorporata non mi aiuta per niente e alla fine non sono certo se ho sorriso abbastanza bene, o se ho socchiuso gli occhi più del dovuto.
Arriva un ragazzo con la barbetta incolta, il fotografo, e mi dice d’entrare.
Scambiamo le solite battute che si riservano esclusivamente agli sconosciuti e mi diventa subito simpatico.
Lui amici, è una di quelle persone che vi fa sentire subito a proprio agio. La provate ogni tanto questa situazione, vero?
Salgo sul palchetto rosso. Lui scatta qualche scatto chiedendomi di fare quelle espressioni. Poi mi dice di buttar via il monologo, che non serve.
Prende la telecamera e iniziare a zoommare sul mio volto, una sensazione alla quale sono abituato. Mi fa delle domande, mi dice di sorridere e di apparire sicuro di me, di fare gesti mentre parlo e di far capire chi sono.
Io lo faccio, o almeno ci provo.
Credo che il risultato sia stato gradevole, amici. Se vi va di vederlo, appena mi arriva il link della pagina web ve lo passo.
Saluti, strette di mano ed esco, ma sono costretto ad arretrare perché una ragazza sulla trentina mi blocca l’uscita.
Non è che non mi voleva far passare amici, era solo ferma lì davanti alla porta.
“Lei è Monica, una regista molto promettente” mi dice il fotografo.
“Piacere” dico, e le stringo la mano.
Lei ricambia squadrandomi con degli occhioni azzurri che avrebbero fatto morire d’invidia Anna. “Visionerò il tuo provino.”
Ah, amici, questa è una di quelle persone che arrivano subito al punto.
Lei si scansa, io ringrazio e me ne vado di fretta: devo studiare.

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