Tutto da un’altra prospettiva – 2° e 3° capitolo

2

Nelle ultime due mattine io, Anna e Il mantenuto siamo andati al centro commerciale.

Gli esami ricominciano tra un paio di settimane, a febbraio, quindi abbiamo un po’ di tempo libero durante i saldi e ci rilassiamo riempiendo carrelli della spesa con tutte le idiozie che troviamo.

Tutta quella roba non arriva mai a casa perché il carrello lo lasciamo in mezzo a uno dei corridoi e ce ne andiamo senza comprare niente.

Questa idea stramba Anna l’ha preso da un libro di Fabio Volo. Ce li ha tutti e non manca mai di invitarci a leggerli. Dice che fare la spesa in questo modo ci dovrebbe far sentire bene; dice che così ci rendiamo conto di quanto sono poco importanti gli oggettini idioti.

Io e Il mantenuto annuiamo, come al solito, ed evitiamo di ricordarle che la sua stanza ne è piena.

Comunque, due giorni di fila al centro commerciale non sono una prospettiva esaltante, non per me.

Sono al verde, e vedere Il mantenuto che si misura tutti i cappellini possibili non mi esalta, per non parlare di Anna: ieri si è misurata delle Nike dicendo che le stavano alla perfezione; oggi, invece, siamo dovuti tornare a cambiarle.

Ho accettato di riaccompagnarli perché ventiquattro ore prima mi ero esaltato: mi ero accorto che alla mia destra una signora stava per cadere. Io guardavo a sinistra; ormai lo sapete come funziona. Ho fatto una piroetta su me stesso, ho scansato Il mantenuto e ho afferrato la vecchietta proprio mentre stava per sbattere la faccia a terra perché aveva appoggiato male il bastone.

Applausi. Strette di mano. Mi sentivo come Gesù (Dio è un po’ troppo).

Amici, vi rendete conto, mi dovete chiamare Marco Il salvatore.

Dieci minuti fa, chissà perché guardavo per aria. Non mi ero accorto di nulla, lo giuro, non l’ho fatto apposta… ho colpito un bambino.

Io camminavo, lui pure. Fin qui niente di anormale. Io non so proprio dove guardava mentre cercava di trovare uno spiraglio tra le mie gambe. Gli ho dato una ginocchiata in testa.

Urli. Grida. Pianti a non finire. Gente che ha tirato giù tutti i santi… alcuni non li avevo mai sentiti nominare.

Fabrizio mi ha tirato una pacca sulla spalla. Abbiamo recuperato Anna che si stava scusando e ce la siamo filata.

Amici, lo avete notato? Ho chiamato Il mantenuto con il suo nome: Fabrizio. Credo che chiamarlo per nome sia un riflesso automatico quando mi fa qualche buona azione.

Pensate che alcuni mesi fa è entrato in camera mia mentre Giacomo rinforzava le pareti e io cercavo di far canestro con i pezzi di carta accartocciata dell’ultima tesina andata male. Ha guardato Giacomo e gli ha detto: “La vuoi piantare?”

“Vuoi che vengo a farlo in camera tua?”

“Dai, Giacomo, Fabrizio ha ragione.” Sinceramente in quel momento non sono riuscito a vedere le espressioni di nessuno dei due.

“Lasciamo stare” aveva detto Il mantenuto. “Tu invece, mi sono segnato le volte che mi hai chiamato per nome questa settimana, e contando questa siamo a cinque. Cosa c’è? Sto facendo progressi?”

Da quel giorno, una volta a settimana vado in camera sua a sbirciare nel cassetto della scrivania. Trovo una piccola tabella realizzata in Excel e leggo. Cinque, otto, dodici, tre. Se mi accorgo che in una settimana sono stato particolarmente cattivo con lui cerco di recuperare in quella successiva.

Me la sono sempre cavate bene, amici.

3

Vi devo confessare una cosa, amici. Mi vergogno un po’ a dirvelo, ma non voglio segreti tra noi, neanche uno.

Ho raccontato a Giacomo della vostra esistenza.

No, no, ora non scappate. Lo prometto, non lo racconterò a nessun altro. Avevo la febbre, e ho raccontato di voi, non l’ho fatto apposta.

Giacomo mi prendeva in giro e io scherzando gli ho detto: “Guarda, se vuoi possiamo anche smettere di essere amici, tanto ne ho altri, e sono più comprensivi di te.”

Lui è voluto andare a fondo alla questione e ha iniziato a farmi domande. Lo potete immaginare come è andata, no?

Io ero malato, non ci potevo fare niente, gli ho risposto.

Sapete, però non si è offeso anzi, ha detto che vuole conoscervi. State attenti però, non essendo anche amici suoi lui cercherà di vendervi della roba.

Non pensate male, non è uno spacciatore. Non vende quel tipo di roba.

Lui vende cianfrusaglie di ogni tipo. Ferri da stiro, televisori, telefonini, set di coltelli, magliette, un po’ di tutto.

Si paga gli studi comprando e vendendo roba su ebay.

Ultimamente ha scoperto gente che dalla Cina vende magliette dell’NBA a venti euro caduna. Le magliette sono perfette. Manca soltanto il cartellino, ma a Giacomo non interessa perché riesce comunque a piazzarle sul mercato americano ed europeo al doppio del prezzo.

Sapete, se le andate a comprare all’NBA store di New York queste magliette costano settantacinque dollari. Quindi è normale che la gente le compri da lui: pure se dovessero metterci quindici euro di spedizione il costo sarebbe di soli cinquantacinque euro.

Però non voglio annoiarvi con operazioni di mercato, statistiche e affari che riusciamo a concludere noi studenti; oggi volevo solo avvertirvi.

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