Tutto da un’altra prospettiva – prologo e 1° capitolo

Prologo

Sentite. State attenti. Sto per svelarvi un segreto.

Io vedo scorrere la mia vita come se fossi ripreso da una telecamera. Non so se avete capito, forse non ci capisco molto nemmeno io, ma è così.

Mi sento ripreso. Ora, per favore, evitate di pensare che io abbia complessi e casini vari nel cervello, perché non è proprio così, anzi, è molto differente.

Essere ripreso, o sentirmi ripreso, per me è la normalità. Ormai vedo la mia vita in questo modo, questo è ciò che provo e, se ancora non mi credete, ve lo dimostrerò. Non so bene come, ma cercherò di portarvi sulla mia stessa onda e magari riuscirete a vedere le cose come le vedo io; così non mi sentirò solo… ah, ricordatevi, voi siete i miei amici immaginari. Datevi un nome perché io non me la sento di sceglierlo al posto vostro. Il nome, è una cosa troppo importante. Sceglietevelo voi.

Oh, mi raccomando, non dite a nessuno quello che vi sto raccontando. E’ il nostro segreto: non lo sa nemmeno Giacomo, il mio migliore amico che ora mi sta parlando qui di fronte.

Tranquilli, ora vi faccio capire com’è l’andazzo, così sarete liberi dal gettare questo libro per terra, stropicciarlo, sputarci sopra, cagarci… mmm, forse la cacca vi conviene farla in bagno. Sai che puzza sennò!

Comunque, tornando a noi, io non voglio prendervi per culo; quindi se alla fine di questo capitolo vi rendete conto che sono troppo fuori di testa per i vostri gusti, lasciatemi perdere, dimenticatevi di me: ci saranno altre occasiono per conoscerci.

Ciak, si gira.

Una città vista dall’alto, come se fossimo su un elicottero. Poi l’inquadratura si concentra su un quartiere  residenziale. La telecamera si sposta, non è più in alto, ma molto in basso. Si vede dell’erba in primo piano: è mossa dal vento e dietro, sfocate, si intravedono lunghe file di palazzine tutte uguali.

I palazzi si avvicinano, sembra di premere zoom sulla videocamera. C’è una scalata improvvisa e dopo esser saliti di diversi piani si sentono delle voci in sottofondo: siamo io e Giacomo che parliamo.

Di nuovo zoom. Passo attraverso le finestre e mi ritrovo a fissare quell’orribile salottino da studentelli universitari squattrinati. Giacomo in un angolo su un divano-letto e io dietro al tavolo, su una sedia che si regge in piedi per miracolo. Accanto a me, sul comodino, ci sono i fiori che ha portato l’ex di Anna, una ragazza molto carina che abita insieme a noi. Oltre a lei in questa appartamento c’è Fabrizio Il mantenuto Taschini. Se l’inquadratura si spostasse lo potreste vedere in una foto appesa tra le due finestre. In quella foto ci siamo tutti e quattro, una delle poche.

La telecamera si sposta nuovamente. E’ un inquadratura stranissima: in secondo piano ci sono io che sbadiglio e continuo un discorso, ma in primo piano c’è l’orecchio sinistro di Giacomo. Lui vi infila un dito dentro, smucina un po’, e porta fuori dei mattoncini gialli che andranno a fissarsi alla parete. “Per rinforzarla” spiega.

Ora sono inquadrato io, di profilo. La barba è incolta da due settimane, quattro giorni e tre ore. Lo so perché ho fatto una scommessa. No, lo so perché ho perso una scommessa. Insomma, sull’altro lato la barba non c’è. Neanche un filetto: è talmente pulito e morbido che non si noterebbe la differenza tra la mia e la guancia d’un bambino… Lo sappiamo sia io che voi, miei cari amici, che l’ho sparata grossa. Scusatemi, ora mi giustifico: è che vorrei vedere l’inquadratura spostarsi dall’altra parte, così vi faccio vedere la mia bella faccia liscia per metà; ma la telecamera proprio non ne vuole sapere di starmi a sentire.

Non riesco mai a gestire queste riprese. Fanno tutto come gli pare, mica mi interpellano! Eppure sono io quello che deve ricevere informazioni.

Qualcuno mi spiega perché ora sono costretto a vedermi a qualche metro di distanza come se fossi nel corpo di Giacomo? Vedo le mie mani, cioè quelle di Giacomo, ma più in là ci sono anche le mie, ve l’assicuro; vedo le gambe, ora non sto a specificare di chi sono e… vedo me stesso al contrario, poco fa non ci avevo fatto caso: mi vedo capovolto, come quando si fissa un televisore sottosopra e si inizia a guardare un film.

A voi non è mai capitato? Be’, a me sì.

“Marco! Mi vuoi rispondere?” mi urla Giacomo.

“Ehm, qual era la domanda?”

Ecco, è successo di nuovo, mi sono perso quello che mi diceva! La colpa è vostra, lo sapete? Sono stato a spiegarvi come funzionano queste inquadrature e voi mi ricambiate facendo innervosire il mio migliore amico?

No, scusatemi amici, non voglio perdervi. Sono nervoso. Non ho il minimo controllo su quello che vedo. Facciamo la pace, ok?

Bene, ora che vi ho spiegato come funziona con me posso iniziare a raccontarvi quello che mi è successo, sempre se volete. Dipende solo da voi.

1

Un tempo, anche io ero come voi. Uno dei tanti mocciosi che vengono messi davanti alla tv, e lì, abbandonato a tutti quei colori e quelle voci, cercavo di non sentire le urla dei miei genitori.

Stavano per divorziare. Questo l’ho capito dopo, ma già lo sentivo.

E’ difficile interessarsi a chi mi ha cresciuto: erano piuttosto patetici, e noiosi, proprio come tutti genitori.

Passavo le giornate guardando Dragon Ball, i Pokèmon, e quant’altro i canali per bambini trasmettevano. Con la mia immaginazione entravo nello schermo, decidevo se salvare la terra o distruggerla; il più delle volte la salvavo, ma lo facevo interpretando i personaggi non buoni. Nel senso che nei cartoni animati i cattivi non sono proprio cattivi…

Poi, durante il periodo dell’adolescenza, ho scoperto un fumetto che si chiama Inferno e Paradiso. L’autore era così gentile da mostrare scene in cui i personaggi femminili, rigorosamente in minigonna, venivano visti decisamente da un’altra prospettiva: dal basso. Per intenderci, immaginatevi un uomo goffo ai piedi di un ascensore che guarda le ragazze arrivare in alto.

Ci siamo capiti, eh? Su, da bravi, fatemi un occhiolino d’intesa. Perfetto!

Dopo ho iniziato a vedere film uno via l’altro. Quando potevo andavo al cinema, soprattutto i pomeriggi, perché costava di meno, e alle volte anche la mattina poiché, chissà come, non avevo studiato la lezione del giorno.

Non ditemi che non vi è mai capitato.

Horror, avventura, azione, thriller, fantascienza, mi andava bene tutto. Vedere film orribili o stupendi non mi faceva alcuna differenza: il mio cervello era lì per apprendere a mia insaputa, e da lì sono cominciati i problemi.

Uscendo da un cinema, verso le sette di sera, una ragazza mi aveva chiesto: “Ce l’hai una sigaretta?”

Io non ce l’avevo, ma credetemi: non era questo il problema. Io ci ho provato in tutti i modi, però non ce l’ho fatta, non sono riuscito a vederle il viso.

Badate bene, non ero distratto dalle tette. Ci sono ragazze che te le sbattono davanti agli occhi e non hanno neanche una terza abbondante. Questa tizia era già tanto se portava il reggiseno.

Le ho visto ogni parte del corpo, letteralmente. Erano tutte parti coperte dagli abiti. Lo so che alcuni di voi, amici, avrebbero preferito che io non precisassi questa cosa, ma che ci posso fare? La ragazza era vestita, punto.

In pochi secondi ho fatto vari giri a 360° intorno al suo corpo, però ogni volta che mi avvicinavo alla testa venivo catapultato in un punto tra le scarpe e i gomiti.

Ora che ci penso, non le ho visto nemmeno i capelli.

Le ho detto che non fumavo e lei se ne è andata. Io sono rimasto fermo a riflettere. Ho visto l’acqua della fontana di piazza Barberini salire invece di scendere e me ne sono andato.

Da quel momento non sono stato più lo stesso. E’ una frase che usano un po’ tutti, dai drogati ai discotecari; si saranno veramente sentiti così?

Andavo in giro per Roma e la riscoprivo. Neanche i turisti si sorprendo come mi sono sorpreso io. Era tutto pazzesco. Camminavo per via dei Fori Imperiali e mi sentivo parte delle rovine, poi mi inquadravo dalla cima del Colosseo e facevo scorrere lo sguardo oltre me, fino all’Altare della Patria. Stupendo!

Tra il quarto e il quinto anno delle superiori ho iniziato a leggere Palahniuk.

Lo sapete chi è, amici?

Avete presente il film Fight Club? E’ tratto da un suo libro. Ha scritto anche Soffocare e tanti altri, tutti molto diversi, ma con una ricorrenza: lo schifo.

Ok, sicuramente non ci siamo capiti, vedrò d’aiutarvi: prima, quando inquadravo l’orecchio di Giacomo e il cerume che veniva appiccicato al muro, non era una bella cosa, e la colpa è di Mr. Palahniuk. Ho iniziato a inquadrare tutte le schifezze di questo mondo da quando ho iniziato a leggerlo. Gente che si scaccola, o che si masturba sulla metro ormai fanno parte del mio pane quotidiano.

Bene, vi ho detto come sono diventato quello che sono. Se vi va di passare ai nostri giorni proseguite pure sulla prossima pagina. Altrimenti a presto, amici.

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