Fuga da casa!, prologo

Finalmente è tutto pronto!

Gli assistenti di volo sono stati scrupolosi: hanno controllato le cinte, il sedile di ogni passeggero e le uscite di sicurezza, hanno chiuso tutti gli armadietti e hanno chiesto se ci fosse qualcuno che si stesse sentendo male.

Soprattutto quest’ultima cosa, non prevista, è stata piacevolmente accettata da ogni passeggero; me compreso.

L’aereo ha iniziato a rullare, mentre ci veniva mostrato come usare il salvagente, la maschera d’ossigeno e le varie uscite in caso d’emergenza.

L’aereo si colloca sulla pista giusta e inizia ad accelerare, poi rallenta e si ferma.

La signora che siede alla mia sinistra apre e chiude la bocca come un pesce, ma nel complesso sembra tranquilla rispetto al signore alla mia destra che già trema tutto, è sudato in viso e balbetta qualcosa.

Io mi rifiuto di guardarlo.

Il rombo dei motori aumenta tutto a un tratto, e con mio grande dispiacere anche i borbottii del signore alla mia destra.

L’aereo corre, spicca il volo e siamo in cielo. Sensazione stupenda, come sempre, ma non per il signore al mio fianco che ha iniziato a muoversi incessantemente.

Questa volta lo guardo, mi disgusta: gronda di sudore, ha la maglietta ricoperta da grandi gocce che gli inondano il viso e sta saltellando fino ad andare a sbattere al portabagagli quaranta centimetri più in alto; è ridicolo!

Guardo il biglietto per sapere quanto a lungo devo rimanere accanto a questa persona, ma oltre al mio nome, Riccardo Sabatini, l’aeroporto di partenza, Rome B (Leonardo Da Vinci), quello d’arrivo, Charles De Gaulle, non trovo nulla di utile.

Una piccola turbolenza e il signore alla mia destra inizia ad urlare frasi in un italiano incomprensibile.

Non lo sopporto più.

“Si rende conto che sta mettendo in agitazione tutte le persone circostanti?”

“Ma… io… veramente…”

“Ma cosa sta dicendo?” dico con aria stufa e incavolata a un tempo. “Senta, ora lei metta il culo sul sedile e stringa bene le cinture, non voglio più vederla zompare in quel modo. Sono stato chiaro?”

Il signore dice un sì deglutendo e inizia a fissare il sedile di fronte. Io, soddisfatto, mi sdraio letteralmente sul mio posto e mi copro gli occhi col cappello.

L’aereo atterra dopo aver volato tra le nuvole per svariati minuti. Io scendo e vengo accolto da una bella hostess che mi sorride affettuosamente; non le porgo la minima attenzione e procedo spedito sulla rampa che ci collega alla Sala ritiro bagagli.

La rampa è incredibile: tutta in vetro tranne il pavimento, e si può ammirare la maggior parte dell’aeroporto, senza contare che guardando in basso assisto a un curioso incidente tra il carrello di un veicolo e un marciapiede; il carrello ha continuato a rimbalzare contro il marciapiede finché l’autista non ha cambiato manovra.

Mentre varco l’ingresso della Sala ritiro bagagli mi vengono in mente tre parole: bello, freddo, accogliente.

Sì, queste tre parole descrivono l’atmosfera che si respira entrando nell’aeroporto di Parigi.

Bello, perché è molto spazioso, con ampie navate, qualche pianta e una buona illuminazione.

Freddo, beh dicendo la verità io sono arrivato qui in pantaloncini e maglietta quindi il sentir freddo potrebbe essere una sensazione solo mia; è anche vero che fuori ci sono diciassette gradi e dentro non c’è nemmeno un termosifone.

Accogliente, perché il personale francese tratta tutti con molto rispetto: sorridono spesso e danno buone indicazioni per quei posti che altrimenti non sarebbero stati raggiungibili per mezzo dei cartelli direzionali.

Mi dirigo ai bagni e svuotando la vescica mi sembra d’essermi tolto un peso dalla coscienza: l’essermene andato da casa senza aver avvertito nessuno.

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