“Tuffo a candela al contrario” # 7

Quando Lia sbatté le palpebre, un filo di luce attraversava la stanza. Lei era sdraiata su un materasso senza federe di un divano-letto e aveva una pezza bagnata in testa.
Di lato, appoggiato a una parete, sonnecchiava Sam. Lia si alzò di scatto e gli lanciò la pezza bagnata in faccia, e Sam per lo spavento barcollò.
«Lia!»
«Sam… mi gira tutta la testa.»
«Oddio, scusami, non avrei mai voluto colpirti: pensavo fossi una di quelle persone che gironzolano da queste parti” cercò di spiegarsi Sam. «Qui è un postaccio, e anche se non c’è niente da rubare ci provano comunque. Ma cosa sei venuta a fare?»
«Sam, penso che la testa mi faccia male perché mi sono alzata di scatto…»
«Ma non dire minchiate!»
«No, guarda, il tuo colpetto mi ha fatto bene» disse Lia indicando la mazza. «Finalmente sono riuscita a dormire senza stare ore a pensare prima di addormentarmi.»
«Sicuramente non ti ha fatto così bene come credi: hai un bernoccolo… come farai a lavorare?»
«Sam, dai, mi comprerò un cappello. Non penso che si faranno tanti problemi…»
«Aspettami qui, ti vado a prendere qualcosa da mangiare» disse Sam avviandosi verso la cucina.
«No» lo fermò Lia. «Ho tutto quello che mi serve: siringhe, eroina, meglio di così?»
Sam la guardò pensoso e disse: «Lo vedo… allora, non vuoi mangiare proprio niente prima? Sarebbe più sano, sai?»
«Guarda che così ti comporti come mio padre» lo avvertì Lia. Sapeva d’aver mirato e colpito nel punto giusto: Sam odiava essere paragonata ai genitori, e odiava dare troppi giudizi o opinioni quando non lo riteneva strettamente necessario.
Sam a denti stretti disse: «Vado a prendere un limone, due cucchiai, un accendino e arrivo.»
Lia lo vide uscire e rientrare in pochi secondi. Gli fece spazio sul divano spostandosi a sinistra, così entrambi erano liberi d’appoggiare il braccio mentre si bucavano. Sam era mancino e si sarebbe bucato il destro, lei era destra e si trovava benissimo a bucarsi il sinistro.
«Oggi niente buchi tra le dita dei piedi, eh?»
«Non devo nascondere più niente a nessuno, Sam. Sto bene così.»
Spremettero il limone sui due cucchiai, poi vi fecero cadere qualche grammo sopra e riscaldarono il tutto con la fiamma dell’accendino. Infine risucchiarono ogni singolo millimetro di cucchiaio con la siringa e si bucarono una delle arterie più visibili.
Lia perse subito i sensi e Sam riuscì a staccarle l’ago dal braccio prima di seguirla a sua volta in quel mondo bello e colorato che l’eroina gli mostrava.

Quando si svegliarono sorrisero, e Lia chiese a Sam se poteva rimanere a vivere da lui, almeno per un po’.
Sam le accarezzò i capelli e senza esitazione disse: «Puoi fare tutto ciò che desideri.»
Lia scossa dalla semplicità della risposta arrossì. Poi spostò gli occhi in ogni angolo della stanza: quella topaia le sembrava proprio una bella casa!
Si alzò e roteò su se stessa, verso Sam. «Hai qualcosa da mangiare?»
Andarono in cucina e preparano due panini con prosciutto crudo e sottilette. «Un lusso da queste parti» la informò Sam mentre mangiava di gusto.
«Io mi accontento» disse Lia.
Quando più tardi, la sera, uscirono di casa il pensiero di Lia tornò al lavoro, e la sua mente si rabbuiò. Doveva dare tutto il guadagno della settimana a Milov e aveva bisogno di altri soldi per comprarsi un altro po’ di biglietti della lotteria Godi o muori con l’eroina.
Forse dovrei farmela regalare da qualche cliente, pensò Lia.
Arrivati al vecchio mercato abbandonato Sam spiegò che i vestiti non erano proprio abbandonati, ma erano messi lì ad asciugare perché la gente non aveva altro posto dove stenderli.
Lia perplessa, ma fiduciosa che Sam dicesse il vero, assentì con il capo.
«Ora dobbiamo soltanto trovare un cappello» disse Sam guardandosi intorno.
«Quindi stiamo… rubando?»
«Non direi, è come se facessimo uno scambio. Un giorno anche tu lascerai qualcosa in questo posto… è così che funziona da queste parti.»
Trovarono un cappellino viola, con un batuffolo di cotone bianco in alto e con due treccine bianche che scendevano ai lati a mo’ di paraorecchi: era uguale a quello di babbo Natale, a parte il colore e le treccine, s’intende.
Lia se lo mise e voltandosi verso Sam ammiccò: «Con questo farò il record di clienti!»
«Cosa buona e cattiva.»
«Pensiamo positivo» disse Lia dandogli una pacca sulla spalla.
Sam sorrise e disse: «Non sono certo di quale sia la cosa positiva.»

La fievole luce del sole apparve e Lia aveva già battuto quella squallida strada e tutti suoi incroci parecchie volte. Aveva avuto un cliente via l’altro, con soli dieci minuti di pausa quando un vecchietto l’aveva pagata a tempo perché non gli si alzava neanche con il viagra.
L’ennesima bella macchina coi vetri scuri accostò. E Lia pensò che con questa avrebbe messo la ciliegina sulla torta prima di staccare. Così, contenta si piegò a novanta verso la macchina.
Una mano uscita dal finestrino l’afferrò per il collo.
Lia spaventata vide Milov al posto di guida e Sergei che la strozzava.
«Siamo venuti a riscuotere» dissero all’unisono.
Sam arrivò correndo, ma appena li vide arretrò.
«Bene” disse Sergei. «Come si suol dire: due piccioni con una fava.»
Milov scese dalla macchina e afferrò Lia. Sergei scese e si diresse dritto a Sam.
Lia temendo il peggio tirò fuori i soldi e disse: «Eccoli, sono vostri. Ce ne sono abbastanza anche per Sam.»
Milov se li infilò subito in saccoccia. «Con questi ti salvi la pelle solo tu; è il guadagno di oggi e sono nostri, mi dispiace.»
«Tenete» disse Sam porgendo delle banconote tenute ferme con una spilla da balia. «E’ tutto quello che ho.»
«Ci credo poco e ti dico che non bastano. Tira fuori il resto» disse Sergei facendo un affondo con il coltello. Sam arretrò di qualche passo per schivarlo, ma Sergei con un pugno lo spinse verso il muro; poi iniziò a picchiarlo con calci e cazzotti a raffica e Sam si chiuse su se stesso: un po’ perché aveva paura che si potessero rovinare i seni rifatti e un po’ perché fin da ragazzino non era mai stato in grado di reagire alle botte: né a quelle del padre, né a quelle dei compagni di scuola.
Le macchine che passavano si fermavano giusto il tempo di un battito di ciglia e Lia, inorridita, pianse immobile e consapevole che non avrebbero esitato a menare anche lei.

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