“Tuffo a candela al contrario” # 6

Lia si aggirava per le strade. Era arrivata in un vecchio mercato e osservava disgustata le maglie che penzolavano dove le portava il vento. Il cielo color ebano si stagliava minaccioso, non c’era la luce di una sola stella, né quello della luna.
Mano a mano che avanzava si rendeva conto del degrado del posto, oltre alle cassette abbandonate e alla frutta marcia c’erano siringhe dovunque.
Inorridita, ma convinta, proseguì.
Stava cercando Sam, l’unica fonte di sicurezze che le era rimasta. Sapeva che abitava da quelle parti, però non osava chiamarlo perché non voleva disturbare il silenzio colmo di rabbia che accecava gli abitanti di quel posto.
Superò il mercato è arrivò in una lunga via ciottolata piena di pozzanghere. Incurante dei piedi che si inzuppavano, non fece alcuna deviazione finché non si trovo davanti all’entrata di una casa sulla destra.
Le finestre erano sbarrate da travi di legno e buste nere. Lia si avvicinò per bussare e notò che non c’era una porta: al suo posto penzolava una tenda strappata.
Esitante la scansò ed entrò.
Non aspettandosi di trovare nessuno al piano terra, sussultò al passaggio di un topo. Poi si impose di calmarsi dicendo: «E’ questo che voglio, non devo dubitare.»
Appena gli occhi si abituarono al buio vide le mura spoglie, la polvere che si accumulava e delle scale. Si arrampicò su di esse, passo dopo passo, scalino dopo scalino, e si arrestò solamente per verificare che il leggero brusio che udiva appartenesse a delle voci conosciute. Si disse di sì e salì.
Un freddo pungente alla gola la fece fermare e rabbrividire a un tempo. Gli occhi gi vorticarono dalla lama premuta sul collo alla faccia di colui che la reggeva.
«Tu» disse Lia.
«Guarda chi si rivede» disse l’uomo col tatuaggio dello scorpione. «Sembra che le pecorelle smarrite tornino sempre dal proprio pastore!»
«Sergei, non mi pare proprio il caso di maltrattare una cliente» intervenne un ragazzo magro, con gli occhi infossati, che sbucò dall’ombra. «Anche perché la soddisfazione che potrebbe darci una puttanella di strada non pareggerebbe le conseguenze economiche.»
«Milov»disse Sergei voltandosi verso il ragazzo magro. «A me questa ragazza mi ha abbastanza soddisfatto l’ultima volta.» Poi aggiunse sogghignando: «Però ho dovuto fare tutto da solo.»
Lia scese lentamente qualche scalino.
«Sergei, queste cose non mi riguardano. Io devo soltanto fornirgli una dose che non la faccia schiattare alla prima iniezione. Questo è il nostro compito.»
«Non ti preoccupare, pure se me la sbatto un pochino, alla fine tornano sempre: non ce la fanno troppo tempo senza eroina.»
«No, un cliente è un cliente, su questo sono intransigente; sai come ti devi comportare.» Allungò un braccio verso Lia, che nel frattempo era scesa a metà scalinata, e disse: «Vieni, accomodati, non hai nulla da temere.»
Lia vacillò un attimo, poi afferrò la mano di Milov e salì.
La stanza era illuminata dal leggero bagliore di quattro candele, c’erano due letti agli angoli, una porta socchiusa che portava in un’altra luogo scarsamente illuminato e degli armadietti, alti quanto comodini, disposti a semicerchio al centro.
Milov si avvicinò ad uno di essi e da un cassetto estrasse un sacchetto di plastica che tirò a Lia.
«Delle siringhe» osservò Lia.
«Sono dieci” precisò Milov mentre rovistava in un altro armadietto. «Un regalo per il disturbo che ti ha causato Skorpion Bay-man. »
Milov trovò quello che cercava e lo diede a Lia. «Tutta roba buona.»
Lia non sapeva quante volte aveva sentito quella frase, non che si preoccupasse per la sua salute, ma molte delle sue compagne di strada erano passate a miglior vita sparandosi nel corpo quella roba, e un po’ gli dispiaceva, visto che si coprivano le spalle a vicenda e…
«Ora dammi quanto mi spetta» disse Milov allungando nuovamente il braccio, ma con il palmo rivolto verso l’alto.
«Veramente non ho soldi qui con me…»
«Bene, allora ridammi tutto» disse Milov senza alcun cambiamento d’espressione: aveva problemi simili tutti i giorni. I drogati sono tutti uguali, pensò, che lavoro di merda.
«No…» disse Lia stringendosi al petto al petto tutto ciò che aveva in mano.
«Vedi Milov, questa qui ci fa solo perder tempo, se solo potessimo sbatt…»
«Vi prometto che ve li ridò i soldi, tutti, appena posso, è solo che oggi non ce li ho: ero entrata in questa casa per cercare Sam…»
«Va bene, va bene piccola Lia” disse Milov. «Questa volta passi, ma tutta la settimana lavorerai per noi.»
Lia raggelò al pensiero.
«Sammy abita due case più avanti» continuò Sergei. «Digli di prenderlo al culo più spesso che ci deve ancora un sacco di soldi.» Poi, leccando la lama aggiunse: «Altrimenti va a finire che da quelle parti dovrò infilargli questa.»

Lia si accorse che le indicazioni di quei due tizi – che sembravano giocare in continuazione al poliziotto buono e a quello cattivo, con la differenza che loro erano realmente così – l’avevano portata ad una casa a due piani. Osservandola vide che a dispetto del vicinato aveva una porta; oltretutto le finestre non erano sprangate, ma dotate di comuni inferriate.
Magari Sam ci tiene alla sua privacy, pensò. Poi dubbiosa si corresse: E se Sam non abita qui? E se mi hanno dato delle indicazioni sbagliate apposta?
Lia ormai era arrivata in quel posto, non poteva tornare indietro.
Decise di entrare.
La porta si aprì senza chiave. Lia fece un passo all’interno e il pavimento scricchiolò, un altro e il rumore si fece più acuto.
Vide un ombra dall’altro lato della stanza dietro una porta aperta: un grosso seno rifatto. E’ Sam!, pensò Lia mentre si affrettava gioiosa verso la porta.
Una pesante mazza da baseball la colpì alla testa, e tutto si fece ancor più scuro.

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