“Tuffo a candela al contrario” # 2

Stefano stava vagando per la città. Voltava la testa a destra e sinistra alla ricerca di qualcosa di familiare: un pub.
Era sicuro d’averci già bevuto in quel quartiere; dopotutto era lì che viveva la sua ex moglie, da ragazza.
Che strano, non mi ricordo di questi palazzi, pensò.
Vide un vicolo buio e gli venne in mente quella volta in cui lui e Clarissa, la sua ex, erano scappati dal ristorante senza pagare il conto.
Bei tempi… ma che cavolo mi viene in mente? Quella donna non la voglio più vedere né sentire!, pensò.
I ricordi lo attanagliavano, lui non li voleva, l’unica cosa che gli interessava era bere qualcosa di forte per dimenticare quella giornata andata peggio di altre.
Decise che era meglio evitare quel vicolo, per non andare incontro ai ricordi, ma non appena fece un passo per andarsene udì delle urla.
Provenivano da quel luogo lungo, stretto e buio. «Qualcuno è in pericolo» si disse. Imboccò il vicolo e si mise a correre. Le urla divennero più forti e riconobbe la voce di una donna e quelle di molti uomini.
Li vide, la stavano spintonando.
La donna urlava: «No, per favore, lasciatemi in pace.»
Loro invece di fermarsi erano ancora più eccitati, così iniziarono a molestarla mentre dicevano: «Puttana, ora ti facciamo vedere noi cosa significa godere.»
Stefano era schifato da quella situazione e per la paura non riusciva a intervenire. Ci pensò un poco: il tempo di vedere gli uomini allungare le mani verso la gonna della donna, e dedusse che la sua coscienza non sarebbe stata in pace se non fosse intervenuto.
Niente mani, pensò.
Prese fiato e urlò: «Brutti bastardi, che cavolo state facendo?»
I ragazzi si voltarono, in parte stupiti, in parte impauriti: qualcuno li aveva visti.
Un ragazzo col giubbotto di pelle e i capelli lunghi si avvicinò facendo un passo minaccioso verso Stefano. Aveva un tatuaggio sul collo: uno scorpione enorme che con la coda lo avvolgeva e con un pungiglione che mirava dritto in gola. Il ragazzo guardò Stefano e gelido disse: «Che vuoi?»
«Rispondi alla mia domanda.»
«Forse non ti sei reso conto di quanti siamo, e per te basto io soltanto.»
«Ah, ah, che bella frase» disse Stefano sfregandosi le mani. «Forse non ti sei reso conto che sono un poliziotto» mentì «e che se non ve ne andate subito, come minino avrete una denuncia per tentato stupro.»
Alcuni ragazzi si scambiarono degli sguardi preoccupati, ma quello con lo scorpione tatuato disse: «Bella cazzata che spari, vecchio.»
«Oh, attento, ragazzo. Vuoi aggiungere alla lista una denuncia per offesa a pubblico ufficiale?»
Il ragazzo si mosse per colpire, ma venne subito bloccato dai suoi compagni che lo convinsero a ripensarci.
Mentre se ne andavano qualcuno ruggì: «Non finisce qui, bambola.»
Stefano li guardò con disprezzo. Poi si voltò verso la donna e cercò di mostrarle un sorriso convincente, che non venne ricambiato. «Tutto apposto?»
La donna lo squadrò un attimo e rispose: «Grazie per avermi salvata.»
«Prego, ma stai bene?»
«Sì, grazie a te.»
La donna si avvicinò a Stefano e gli porse la mano. Stefano gliela strinse e vide che la donna aveva i capelli ricci: non le erano mai piaciute le donne coi capelli ricci, ma questa era diversa, constatò, aveva un fisico da trentenne, anche se doveva averne almeno dieci in più, e i capelli non erano proprio ricci, lo erano a metà: un po’ ricci e un po’ mossi.
Chissà come le chiamano i parrucchieri le persone con i capelli così?, pensò.
«Agente, piacere, io mi chiamo Marla.»
«Io sono Stefano, signora» disse mentre le guardava le mani in cerca di una fede nuziale. «Ops, signorina.»
L’accenno di un sorriso passò sul volto di Marla.
«Possiamo darci del tu?»
«Sì, comunque non sono un poliziotto.»
«Lo sospettavo, però con tutta la fifa che avevi sembravi un poliziotto vero.»
«Davvero?»
«Eh, sì. Proprio un poliziotto.»
«No, volevo dire: davvero i poliziotti sono così fifoni?» disse imbarazzato.
«Sì, pensa che l’ultima volta che mi è capitata una situazione simile non sono nemmeno intervenuti.»
«Oddio, ti era già successo? E dopo?»
Marla fece per rispondere, ma Stefano la bloccò e disse: «No, non lo voglio sapere. Però cosa fai per attirare le attenzioni di tutti quei bravi ragazzi?»
«Niente, è che sono lesbica.»
Stefano ebbe un sussulto.
Poi Marla continuò: «Così loro arrivano e mi dicono: Ehi, bella, assaggia questo cazzone che ti faccio cambiare idea. Allora io replico dicendo: Ce l’avevi talmente piccolo quando sei nato che tua madre pensava fossi una femmina; o qualcosa di simile.»
«Porca miseria!» disse Stefano sorpreso.
«Alla tua età non dovresti usare certe frasi.»
«Guarda che non sei molto più giovane di me» disse Stefano mostrando i denti in un sorriso ebete. Marla fece altrettanto. Si fissarono negli occhi, proprio come i bambini, e non ce la fecero più a resistere: scoppiarono a ridere.
Tra un risata e qualche sbuffo per riprender fiato Stefano riuscì a biascicarle che stava cercando un pub e le chiese se voleva venire a bere qualcosa.
«Non è che ci stai provando?» disse Marla ansiosa.
«Macché, sei lesbica!»
«Ehi, non usare quel tono con me.»
«Va bene, mi scusi signorina…»
«Ecco, così va meglio.»
«Sì? Allora che fai, vieni o no?»
«Ok, vengo.»
«Perfetto.»
Percorsero il vicolo buio finché non sbucarono in una piazza con due alberi e una larga fontana spenta al centro. Si voltarono in cerca di pub e ne scorsero tre esattamente a dieci metri di distanza l’uno dall’altro. Stefano scelse quello con lo stile che lui reputava medioevale perché si sentiva come un cavaliere che aveva appena salvato una damigella… Marla sembrò gradire e insieme varcarono la porta.
Il locale era riscaldato da due grossi camini ai lati opposti della sala, i tavoli erano in legno massiccio e anche i boccali pieni di birra sembravano fatti dello stesso materiale. Sulle pareti erano appese numerose armi, perlopiù alla rinfusa, e delle teste di cinghiale svettavano sopra le persone.
Un cameriere si avvicinò e li fece accomodare su due grossi sgabelli accanto ad una panca che fungeva da tavolo.  Poi chiese: «Allora, ragazzi, cosa prendete?»
«Fa dell’umorismo» disse Stefano indicando il cameriere con un cenno del capo e strizzando l’occhio verso Marla.
«Io prendo una tequila, bambino» disse Marla strizzando l’occhio verso Stefano.
«Una anche per me, bambino» disse Stefano sogghignando.
Il cameriere li guardò interdetto, poi ritornò al finto sorriso abituale: sapeva bene che quando si lavora nel privato il cliente ha sempre ragione.
«Allora, di cosa parliamo?» chiese Stefano.
«Non so» rispose Marla. «L’hai mai provato il gioco della verità?»
«Non ti fidi di me?»
«Tutto il contrario: probabilmente sei il primo uomo di cui mi fido.»
«Grazie» rispose Stefano felice e allo stesso tempo preoccupato per la situazione di Marla.
«Prego.»
«Su, spiegami come si gioca.»
«Le regole sono semplici: uno, si dice solo la verità; due, non puoi ripropormi le domande che ti faccio; tre, inizio io.»
«Non è giusto!» esclamò Stefano.
«Giochi o no?»
«Maledizione, non posso tirarmi indietro! Inizia.»
«Ecco la prima: con quante donne hai fatto sesso?»
«Chissà perché me l’aspettavo questa domanda…»
«Rispondi.»
«Una decina, credo.»
«Sei molto vago.»
«No, sono sincero.»

Quattro ore dopo Marla poggiò un piede a terra, fuori dal taxi. Poi si voltò verso Stefano, gli sorrise e gli diede un bacio sulla guancia.
Stefano la seguì con gli occhi su per le scale. I movimenti di lei: leggeri, sinuosi, agili e aggraziati a un tempo l’avevano imbambolato e il tassista dovette chiedergli due volte: «Dove vuole andare?»
Stefano, come risvegliatosi da un lungo sonno, guardò il tassometro e disse: «Mi lasci cento metri più in là, all’angolo.»
Il tassometro si fermò quando raggiunse i ventitré euro e cinquanta centesimi. Stefano prese dal portafogli una banconota da venti e una da cinque e le porse al tassista.
Non aveva più denaro nel portafogli e per quella settimana aveva finito la paghetta che Lia gli dava. Se avesse avuto bisogno di altri soldi avrebbe dovuto prenderli dal porcellino, e l’idea non gli piaceva.
«Mi spiace, signore, ma non ho resto da darle.»
«Cosa?» urlò Stefano mentre colpiva con un pugno il sedile del tassista.
«La prego, si calmi» disse tremante il tassista. «Non mi costringa a chiamare la polizia.»
«Ho bisogno di quei soldi, lei non capisce… lei non può capire. Mi sono pure fermato a qualche chilometro da casa, avevo intenzione di farmi quest’ultimo pezzo a piedi, per risparmiare…»
«Senta, se vuole l’accompagno fino a casa, se è così vicino… e lei non mi deve niente, e io non le devo niente, ok?» propose titubante il tassista.
Stefano, rassegnato accettò. «Prenda la prima a destra, poi la prima a sinistra e prosegua per quattro, no cinque, isolati.»
Il taxi si fermò davanti ad una piccola casa dall’aspetto anonimo e un pochino abbandonato. Stefano scese e immediatamente incrociò le braccia al petto. Il freddo lo fece scattare fino alla porta di casa. Quella notte aveva bevuto poco, pensò, talmente poco che l’alcol per la prima volta non l’aveva riscaldato affatto.

4 Replies to ““Tuffo a candela al contrario” # 2”

  1. bel capiolo….anche se nn sn certa che lei sia davvero lesbica…..staremo a vedere poi…ciaoooo 0o0mabuz0o0

  2. 0o0mabuz0o0 sei un genio!! Nessuno ci avrebbe mai pensato… comunque mi piace anche questo capitolo.

  3. Complimenti questo capitolo è più magnetico dell’altro…peccato che hai rivelato uno dei nostri giochi…comunque vai avanti così spero che il prossimo capitolo esca presto

  4. In questo libro non manca proprio nulla: prostitute, lesbiche, bulli, disoccupati, alcolismo. Continua così!

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